venerdì 4 maggio 2018

Diario di un calcagno - Giorno 2



Notte tranquilla. L’antidolorifico, assunto più per tranquillità che per effettiva necessità, ha sicuramente apportato il suo contributo. Quindi, dopo una serata rilassante davanti alla tv (adoro “La mafia uccide solo d’estate”), sono beatamente crollata. In sogno ho visto la nuova cucciolata delle randagine: una reale premonizione, poiché l’evento è quanto mai prossimo. A scrollarmi ci ha pensato ovviamente Cleopatra, che però ha dovuto aspettare che suonasse la sveglia per ottenere ciò che voleva. Sveglia che è suonata presto anche stamattina, mi aspettano appuntamenti importanti. La burocrazia, innanzitutto: devo trasmettere all’ufficio i certificati attestanti le mie disgrazie. A mezzo fax. Credo che quella in cui lavoro sia l’unica azienda al mondo a richiedere simili procedure: no telefono, no e-mail, ammessi solo fax o raccomandate. Se l’intento è disincentivare l’assenteismo, non è di alcuna efficacia: gli “ammalati” cronici imparano il giochino e se la spassano tranquillamente. Se stai male davvero e hai oggettive difficoltà a capire ed eseguire quanto richiesto, peggio per te.

Dopo il dovere, il “piacere”: la visita ambulatoriale, per liberare la ferita dai tubini di drenaggio. Il chirurgo mi assicura che stavolta non ci saranno conseguenze spiacevoli. Ci devo credere? Sì, ci devo credere. Io ci voglio credere, davvero. Ci sto provando con tutta me stessa: a convincermi che quest’estate tornerò a correre, a vedermi già col pettorale spillato, ad immaginarmi allenamenti sfiancanti. Come mi mancano le tabelle, il calendario scandito dai lavori programmati, il tracciato sul Garmin che non mi soddisfa mai appieno. La fatica, mi manca “quella” fatica.
Guarda che lo puoi appoggiare il piede. Cioè, a suo dire, potrei già abbandonare le stampelle. No no, adesso no. Mi hanno squarciato un piede da appena un giorno, fa ancora male: non malissimo, ma male. Lo appoggio, sì, ma senza carico. Fino a quando non so, ho una fifa nera. Paura di avvertire sempre dolore, paura che nulla cambi, paura che sia stato tutto inutile. Ecco, gli incubi non mi danno tregua. Ci vorrebbe un allarme, una voce che urlasse BASTA ogni qualvolta avvertisse l’avvicinarsi delle nubi. Un lavaggio del cervello.

Torno a casa e mi butto sotto la doccia (ovviamente con il piede incellophanato), non mi ero ancora levata di dosso i residui dell’ospedale. Potessi lavare via anche tutte le negatività…




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